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Cucinare prima e dopo i figli

Da quando è arrivato Giò, o meglio, da quando Giò mangia cibo solido e non più solo il latte, il momento della cena è diventato una valida alternativa al corso di spinning. Soprattutto se sono a casa da sola perché Giamma è ad una cena di lavoro.

“Gioppy, hai fame?”
Il pupo gira la testa e mi guarda con gli occhi infuocati. “Pappa! Pappa! Pappa!”
Non so da voi, ma a casa nostra Giosuè è abituato a cenare alle 19:00 in punto, roba che alle diciannove e zero uno, se non ha davanti a sé una pappa buonissima a temperatura giusta (né troppo calda né troppo fredda) è in grado di tirare delle urla che il signor Richter, si trova costretto a rivalutare i gradi di magnitudo massimi di un terremoto. E, per evitare che mi smonti i padiglioni auricolari e parte dell’intonaco, anche oggi il miglio biologico con zucchine km0 e la salsa di barbabietole, si mangia domani.
Il menù d’emergenza più usato a casa Pozzolis è: ravioli freschi di busta con grattata di crosta di grana e olio evo.
 Lo so, sono pessima. E mentre cucino, con uno straziante sottofondo di “Mamma! Pappa! Fame! Mamma!” con la stessa lucidità di un concorrente di un aspirante cuoco al pressure test, verso nell’acqua di cottura lo zucchero. Va beh.
Cenare col dessert è il sogno di ogni bimbo, no?
Nel frattempo si sveglia Olivia, detta anche “seconda figlia” e, giusto per allinearsi col fratello, inizia a strillare perché ha fame pure lei, ma avendo solo tre mesi, non posso certo tamponare con il cracker salva-pianto.

Devo darle la tetta. E quindi accade che mi siedo ad allattare la pupa, mentre il pupo si getta a terra con la stessa pietas degli attori di soap sudamericane.
E i ravioli sul fuoco... bollono.

Bollono 5 minuti. Poi 8. Poi un quarto d’ora. Ed è solo quando Olivia si è saziata mezz’ora dopo, posso andare finalmente a scolarli. Nella pentola ci sono dei lenzuoli di pasta gialla che annegano in un’acqua verde.

Potrei buttare via tutto, potreste dirmi voi. Invece basta rinominare la ricetta:
“Amore, stasera mangiamo Quadrotti di pasta con brodo di spinaci in agrodolce”.

Alla faccia della cucina creativa. Mettilo nel seggiolone, allacciagli la bavaglia, dagli il cucchiaino che fa da solo, poi, riprenditi il cucchiaino perché sta già buttando la pasta sul muro, soffia sulla pappa, beccati in faccia la secchiata di brodo perché lui starnuta sul cucchiaino, eleggilo “mister maglietta macchiata”, vai a prendere i tovaglioli, nel frattempo lui si da’ alla cucina eritrea e passa a mangiare con le mani, e quando finisce lancia il piatto al cane.
Pulisci. Pulisci. Pulisci. Asciughi il cane. Gli lavi le mani, la faccia, gli cambi il pannolino, metti il pigiamino. Attenta L’hai messo al cane. Spogli il cane, metti il pigiamino al pupo. Giochino, fiaba, prendi la bimba che ha fame di nuovo. Vi sdraiate tutti nel lettone per fare la nanna e ti stai pure per addormentare se non fosse che hai così fame che ti mangeresti la bambina. Sembra che si siano addormentati. Rumore di chiavi che girano nella toppa. Ti trascini in corridoio attratta da un profumo buonissimo di cucina orientale. I tuoi sensi si risvegliano, e solo in quel momento ti ricordi perché ami così tanto il tuo compagno. “Giamma, amore! Quello che sento... è pollo al cocco e curcuma?”

“Sì, lo so. Siamo stati all’indiano e mi puzzano i vestiti”.
Dice baciando quel che resta di me.
“E tu, cos’hai mangiato?”
Ecco, quello è il momento in cui non c’è frase più azzeccata di “adesso me lo sbrano”.

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